Luca Alinari – Apr. 2002

“Intorno alle cose dipinte”
Dal 27 aprile al 22 maggio ’02

«Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto».
Eugenio Montale, Ossi di seppia

Ha scelto di vivere a Mitigliano, in quel lembo di terra appena sopra il Bombone, dove ancora, in qualche giornata uggiosa a cavallo dell’autunno, sembra aleggiare il fantasma di Soffici.
Il comune è quello di Rignano sull’Arno, ma senza precise indicazioni, arrivare sin qui, è come percorrere un oscuro labirinto. Tra queste colline ordinate come le tessere di un mosaico, la campagna toscana si distende omogenea tra suoni e rumori appena pronunciati: come il dolce frusciare delle foglie, a tratti sopraffatto dal verso gentile e melodioso di qualche sparuto uccello. Strano pittore, questo Luca Alinari: uno di quei fiorentini un po’ particolari, che della loro città, magari, sanno tutto, e ciò nonostante, o forse proprio per questo, preferiscono lo stesso starne lontani. Lo dice, e pensa a Rosai, uno che ricorda spesso nelle sue conversazioni, quando la stima si mischia ai conti che non tornano dei molti artisti ancora in credito. Non vuole condividerne l’avverso destino, perché, se pure è vero – come diceva Montale – «che la storia è maestra di niente che ci riguardi», a volte, però, può aiutare a capire, e, possibilmente, a non commettere gli stessi errori. Perseverare, dopotutto, sarebbe davvero diabolico… Alinari lo ascolta nell’aria tersa di febbraio, questo monotono ritornello. E intanto mischia gli acrilici impossibili della sua tavolozza secondo chissà quale legge fisica. Ma il risultato è sempre lo stesso: il colore giusto al posto giusto, come aveva detto, un giorno, quel genio straordinario di Paul Klee.
Tant’è che, ad un qualsiasi approccio banale e sbrigativo, i dipinti di questo appartato protagonista dell’arte contemporanea potrebbero persino sembrare il prodotto di qualche insospettabile trucco o, piuttosto, di qualche meraviglioso artificio. Ma è solo un attimo. Perché basta pensare a chi li ha fatti per capire che non è così e come mai uno come Alinari non avrebbe potuto esprimere se stesso e la propria sorgiva creatività se non in questo modo. «Dipingere è qualcosa di automatico –, spiegò una volta lui stesso ad un famoso critico americano –. Ma i micro-gesti dell’invenzione non sono inconsci. Forse inconsapevoli, ma non inconsci. Inventare, cioè dipingere, vuol dire muoversi su tempi diversi. Per la precisione, terribilmente accelerati.
La pittura è la vita che corre».
A questo punto, converrebbe domandarsi, dunque, cosa sia per lui la realtà. Forse una riflessione autobiografica in divenire; la percezione fantastica di un immaginario variopinto, costituito al tempo stesso da passato, presente e futuro. O forse, soltanto, il risultato di un elaborato processo che decodifica la natura attraversa singolari percezioni. Il fatto, comunque, è che, da sempre, egli ne è grandemente incuriosito. E di questo richiamo estatico, di cui è sottilmente permeato il significato di ogni sua opera, una possibile spiegazione sta, forse, in un testo autografo del 1982: “Che le cose inanimate siano in realtà animate, vive e parlanti, ha a che fare, credo, con il senso del mio lavoro. Ho dipinto, talvolta, divanetti di cuoio o lampadari violetti, posti in certi depositi di oggetti usati, situati, di solito, fuori città. Aggirarsi in quei decentrati locali porta ad abbandonare numerose, radicatissime convinzioni. E, tuttavia, dentro quelle tortuose passeggiate può trovarsi, rosaceo, inopinato, il bene di vivere». Lo respiriamo anche noi, guardando il meraviglioso paesaggio che incornicia la finestra dello studio, mentre Alinari risponde con cortesia ad una delle tante telefonate che spezzano l’ordine – operativo e spirituale – delle sue giornate. Si fa volere bene anche per questo, Luca. Ha quella gentilezza che traspare liquida dagli occhi e si manifesta nei gesti più semplici, che deve, probabilmente, a sua madre Sofia.
Gli manca soltanto, qualche volta, un po’ di quella serenità che gli spetterebbe di diritto, e che neppure il fatto di avere da tempo raggiunto una notorietà internazionale gli garantisce, ma anzi, sovente, gli vieta. Perché dopotutto è vero – come dice Thomas Adams – che nessuno arriva in Paradiso con gli occhi asciutti… Eppure, nelle innumerevoli pieghe di un corso artistico alquanto organico e mai limitato, nelle sue sorprendenti sortite, dalle tipiche restrizioni estetiche nostrane, da sempre vi è un filo conduttore che si snoda, nei suoi estrosi itinerari, intorno alla grande pittura di Giotto e Simone Martini, Piero della Francesca e Pontormo. Dice Alinari: «Sartre sosteneva che l’uomo matura la propria conoscenza del mondo fino a vent’anni. Dopo, elabora ciò che ha capito. Ecco: credo che la mia identità derivi soprattutto da questo, e forse anche dalle mie molte incertezze. Tutte le difficoltà, tutti i dubbi del vivere mi riconducono, ogni volta, al gesto della pittura. Che, a sua volta, mi avvolge, ci avvolge nella luce di un enigma continuo. Si dipinge, sempre, quello che non si sa».

Detto questo, e rimanendo evidentemente ancora in superficie, bisogna a questo punto aggiungere che è pur sempre il paesaggio – osservato, magari, attraverso l’evoluzione culturale degli usi e dei costumi e riprodotto nell’alchimia di una metamorfosi idealistica e strutturale – a rivelarsi come il luogo di frequentazione prediletto dell’artista. Un paesaggio che oggi sembra quasi depositarsi all’orizzonte del primo piano pittorico e configurare, così – come già in certo de Chirico –, la scenografia ideale per alcuni temi – la sosta, la meditazione, il viaggio – che Alinari ha iniziato a sviluppare negli ultimi due anni, e che evocano forti, al loro interno, un contenuto tanto simbolico quanto letterario: caratteristica, quest’ultima, peraltro connaturata da sempre negli arcani significati del suo lavoro.
Per rendersene conto, basta dare uno sguardo ai titoli dei dipinti, che, nella loro distillata sintesi, appaiono davvero come autonome composizioni di ispirazione ermetica. Quasi a voler sottolineare quell’oscuro intreccio che corre tra la pittura di questo esclusivo innovatore e la poesia di quello che fu un classico per tutta la sua generazione: il Nobel Eugenio Montale. «Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera…». La ricorda, invece, Luca Alinari, e lo dimostra anche in questa occasione.
A metà strada, forse, fra l’attuale consacrazione europea e il prossimo, meritato ritorno alla Biennale.

Luca Alinari, Dante De Nisi e Bruno Donzelli

Luca Alinari, Dante De Nisi e Bruno Donzelli

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